28 marzo, 2011
“Un primo cittadino con idee e voglia di fare”. Intervista a Gianni Speranza sul quotidiano “Terra”
Cerchi Gianni Speranza per l’intervista e lo trovi indaffaratissimo. Sta gestendo un’emergenza di quelle che rischiano di tagliare le gambe a qualsiasi amministratore: un’ordinanza della magistratura ha disposto lo sgombero entro un mese del campo rom di Lamezia Terme, il più grande della Calabria.
«Impossibile», dice subito. «È una questione di buonsenso – spiega – non si può intervenire con questi tempi nei confronti di quasi 800 persone senza un euro da parte del governo». E polemizza: «Al Comune di Roma sono stati dati 40 milioni per 500 rom. Tantissimi soldi e Alemanno ha pure protestato – commenta – io con 40 milioni farei le abitazioni prefabbricate e tutti i servizi». Non è un ragionamento improvvisato. Si capisce da come parla dei costi dell’operazione. Lo ha anche scritto in una lettera inviata al governo in cui chiede – anche – che il prefetto venga dotato di poteri di protezione civile per intervenire efficacemente. «È una situazione tragica – dice – su cui lavoriamo da anni». Dodici famiglie hanno avuto la casa popolare, «ci occupiamo dell’integrazione dei bambini sin dalla scuola materna», ai rom sono affidati la gestione di parcheggi e un servizio di raccolta differenziata e «abbiamo avviato un progetto di formazione e produttivo nella lavorazione del ferro e della ceramica». Un percorso lento, certo. Ma concreto. Questa ordinanza però fa precipitare tutto. «Non abbiamo gli strumenti per intervenire – attacca Speranza – anche perché in questi anni siamo stati soli. Ho scritto quattro volte alla Regione, non ho mai avuto risposta».
Aprile 2005
Comincia così, con questa lunga parentesi sui rom, questo colloquio con Gianni Speranza, sindaco di Lamezia Terme, primo politico ospite di “Creatività meridiane”, un amministratore molto amato dai suoi concittadini e poco dai colleghi politici, un uomo semplice con un’idea della complessità delle cose, del Sud, dote non troppo diffusa nella classe dirigente meridionale. Una persona concreta, dote affinata forse grazie a una vicenda politica non convenzionale passata per il Pci (è stato segretario della federazione di Cosenza quando nel 1980 la ‘ndrangheta uccise Giannino Losardo) e per l’Arci. E grazie al brusco inizio della sua carriera di sindaco.
Lamezia è una città importante in Calabria (la terza per dimensione), è giovane (nata dall’unione di tre comuni), soffre di una presenza asfissiante dei clan ed è alla continua ricerca di un’identità. «Quando sono stato eletto – racconta – c’era il commissario da due anni e otto mesi». Il Comune era stato sciolto – per l’ennesima volta – per mafia. È l’aprile del 2005. L’arrivo di Speranza è una iniezione di fiducia quasi inattesa ma piena di problemi: «Non avevo la maggioranza in Consiglio perché c’era stato il voto disgiunto». E la partita, già difficile, si complica subito: «Il giorno dopo l’elezione, alle 13.30, in pieno giorno, bruciano la porta d’ingresso dell’aula consiliare». E così Speranza viene chiamato dal prefetto che gli chiede di anticipare l’insediamento per partecipare
al comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica in cui si discute dell’assegnazione della sua scorta. Speranza prega il prefetto di soprassedere, ma dopo dieci giorni la ‘ndrangheta fa il bis «e mi viene assegnata la tutela». Ma non è questo il principale problema per il neosindaco: «La cosa più grave – ricostruisce – è che il Comune ha violato il patto di stabilità e quindi non c’è un euro da spendere». È l’allora ministro dell’Interno Pisanu a sbloccare la situazione. «Dopo la terza intimidazione mi telefona – ricorda Speranza – gli chiedo di incontrarlo, anche a Natale». Pisanu lo prende in parola e lo convoca al Viminale la sera del 23 dicembre. Si fa accompagnare dall’allora senatore dei Ds Nuccio Iovene (ora prezioso capo del suo staff politico) e conquista la possibilità di sforare i parametri. Così dopo un anno, «grazie ai mutui, diventa possibile finalmente fare la prima opera pubblica» e avviare davvero l’attività amministrativa. «Inizia così la fase – osserva il sindaco – della Lamezia della buona amministrazione. Vengono fatti il piano strategico e importanti scelte urbanistiche, vengono ristrutturati e restituiti alla città i palazzi storici del centro, viene attivato un corso universitario in Agraria» e grazie agli investimenti nelle infrastrutture inizia anche il percorso per fare di Lamezia «una grande città al servizio della Regione». Quando chiedi un difetto di Speranza tutti dicono che è troppo buono. Eppure lui va avanti come un treno, spinto dalla sua cocciutaggine e dal consenso dei suoi concittadini. Che lo rivogliono sindaco e lo rieleggono nonostante il centrosinistra abbia persino tentato in ogni modo di non ricandidarlo. Per la seconda amministrazione Speranza è il momento di provare a fare il grande salto. Arrivano l’acquisto del teatro storico della città, il Grandinetti, e la ricostruzione del Politeama (adesso Lamezia ha tre teatri). Ci sono poi importanti iniziative culturali e l’impegno contro le mafie (che ha visto anche la nomina ad assessore alla Cultura di un simbolo come Tano Grasso). Così oggi il sindaco può dire: «In questi anni l’immagine della città è cambiata. Sento una sensazione molto bella quando vado in giro per le università italiane per incontrare i giovani lametini e mi presentano dicendo “questo è il nostro sindaco”. C’è orgoglio – rimarca – non c’è più vergogna». E in questo senso importanti riconoscimenti sono venuti dalla visita del capo dello Stato Giorgio Napolitano e con quella prevista per l’autunno del Papa.
Una corsa a ostacoli
Ma non è certo tutto oro. Lamezia è una città piena di contraddizioni, con la presenza di clan della ‘ndrangheta potenti e spietati, che ha anche dovuto affrontare due momenti difficilissimi negli ultimi anni. «Abbiamo retto la vicenda dell’abusivismo», accenna Speranza. Il riferimento è alle demolizioni delle case abusive disposto dalla magistratura che «mi attribuirono pretestuosamente cercando di scatenarmi contro la città». Speranza tiene la posizione e viene anche aggredito fisicamente. Ma certamente la prova più difficile è la morte dei sette ciclisti uccisi a Lamezia lo scorso dicembre per un drammatico incidente stradale. «Non so se l’abbiamo ancora superata questa prova – osserva – e tanta gente aspetta ancora un risarcimento». Adesso però è il momento di volare alto per Lamezia, almeno di provarci nel desolante quadro calabrese. Con Gianni Speranza che prova a introdurre importanti elementi di discontinuità, politica e amministrativa. Il sindaco ha creato un comitato scientifico per l’Urban center con studiosi di livello internazionale che sovraintenderanno al lavoro del Comune: «Seguirà i problemi dello sviluppo, perché dopo il piano strategico puntiamo ad approvare il nuovo Piano regolatore», commenta il sindaco. Ma c’è di più: è la struttura comunale, nei suoi punti nevralgici, la vera carta dell’Amministrazione. Il sindaco e il suo staff stanno chiamando a lavorare a Lamezia professionisti di livello nazionale per fare funzionare la macchina comunale. Per una volta è il meccanismo che si inverte: parti da Firenze, da Napoli o da un’altra città per venire a contribuire a un progetto a Lamezia, nel profondo sud. Così sono arrivati il segretario generale, il dirigente del personale, quello della programmazione, quello della cultura, la direttrice del teatro. Una piccola grande rivoluzione: «Non portano voti, non sono incarichi attribuiti ad amici e per questo vengo criticato – dice fiero Speranza – eppure sono professionalità che si mettono al servizio di una sfida». E non solo. Sono stati indetti anche dei concorsi per i dirigenti interni («tre su cinque sono donne», dice orgoglioso il sindaco) e per tecnici laureati (passati da cinque a 11 in pochi anni). Ma anche sulla politica Speranza, anomalo esponente di Sinistra ecologia e libertà calabrese, prova a fare qualche cambiamento: «Siedono in giunta tre assessori che hanno 25 anni meno di me. Stiamo già ragionando sul futuro». È un bel “viaggio”, che Speranza rischia di fare in quasi in solitudine, visto il tentativo della politica di ostacolarlo, magari azzopparlo. Chiarisce: «La politica e il centrosinistra sono in condizioni pietose – dice senza mezze misure – il discorso vale per Lamezia e anche per la Regione» dove c’è un presidente, Giuseppe Scopelliti, di centrodestra ma popolare e in ascesa «che non ha opposizione». Spiega Speranza: «Il problema è costruire un’opposizione vera e avviare anche un progetto alternativo di governo. Partendo da esperienze come quella di Lamezia Terme, di «donne brave» come Carolina Girasole, sindaca di Isola Capo Rizzuto, ed Elisabetta Tripodi, appena eletta a Rosarno, dalla società civile. Cosa sarà Lamezia alla fine del mandato? Non esita: «La città con più politiche sociali (non abbiamo mai fatto un taglio), la città che ha più cura per i suoi ragazzi, la città che diventa il simbolo positivo per la Calabria». Sul suo destino invece la dice in un altro modo: «Sarebbe già un sogno arrivare alla fine del mandato». Si schermisce, Gianni Speranza. E guarda lontano.
(Danilo Chirico)
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